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lunedì 3 ottobre 2011

Chi sono i Green Geek

Internet, una rete senza fili per tutti
I Green Geek lanciano il progetto Asso wifi

Un gruppo di lavoro ideato e creato per disegnare un codice di auto regolamentazione e ottenere la modifica costituzionale che porti la Rete a essere considerata un diritto del cittadino

E’ un gruppo formato da professionisti del web nato per regolamentare il wifi e creare una rete senza fili nazionale, dove ogni cittadino digitale sarà identificato da una sola login e password “dalla culla alla tomba”. I Green Geek, i volontari 2.0 che si battono per la diffusione di hot spot gratuiti, hanno lanciato Asso wifi, un tavolo di lavoro che coinvolgerà privati e istituzioni per “disegnare un codice di auto regolamentazione che determini le linee guida condivise (e collaborative) per la normalizzazione del wifi e della diffusione della Rete”. Su Facebook e sul forum raccolgono le idee di chi vuole partecipare e propongono anche il dibattito per la modifica costituzionale affinché Internet diventi un diritto per ogni cittadino che potrà “fruire di banda e di servizi, e interfacciarsi con gli enti governativi per ottenere chiarezza e trasparenza nelle scelte in materia di wifi”.

Ad accelerarne il lancio sono state due iniziative chiave: “Libera le Marche” (in cui la regione ha promosso l’apertura di hot spot gratuiti) e il progetto “comON wifi”, ideato da Confindustria Como e da alcuni imprenditori, per portare la connettività gratuita nelle piazze e nei locali aperti al pubblico di Como. Eppure quel che manca al settore è una normativa adeguata. “Dalla costiera romagnola a Milano, ci sono tariffe di accesso troppo alte per gli utenti e una spesa sproporzionata da parte dei comuni per il wifi. Che si può avere con ottime infrastrutture e a costi più ridotti”, spiega Mauro Lattuada, portavoce dei Green Geek. La mission di Asso wifi è anche quella di individuare soluzioni tecnologiche ad hoc e di informare i cittadini sulle regole da rispettare. “Sull’abrogazione del decreto Pisanu, ad esempio, ha trionfato la disinformazione. La Fipe (Federazione italiana Pubblici Esercizi) aveva comunicato ai suoi 250mila iscritti che potevano eliminare la password di accesso alle loro reti per gli utenti. Un’azione illegale – puntualizza il fondatore dei Green Geek – che viola il protocollo antimafia e mette a rischio la sicurezza dei router”.

Asso wifi segnala dunque anche gli errori normativi e si impegna a creare un database di tutti gli hot spot gratuiti per creare un’unica rete wifi dove per ogni cittadino ci sia un solo username (single sign-on) e password. A prescindere dal luogo di connessione. Per farlo vuole riunire tutti i provider intorno a un unico tavolo per progettare un piano di sviluppo “senza alcuna differenza tra pubblico e privato”. A beneficiarne saranno i cittadini stessi perché le pubbliche amministrazioni metteranno a disposizione servizi accessibili da smartphone e mobile. Potranno, ad esempio, pagare il biglietto dell’autobus dal telefonino o segnalare al Comune idee e suggerimenti per la città grazie all’uso di hashtag sui social media. Il concept è già attivo a Milano con #pisapiasentilamia e a Savona con #berrutilasciachetiaiuti. “Vogliamo eliminare il digital divide e diventare cittadini digitali delle città del futuro”, conclude Lattuada. Con la stessa login dalla “culla alla tomba”.

Perchè paghiamo internet? Il sapere libero è un nostro diritto!

Green Geek, l’associazione per il wifi libero: “Internet deve essere un diritto”

Iniziativa che per celebrare i 150 anni dell’Unità: portare la connessione in altrettante piazze per tutto il 2011. "Ma è solo il primo step". L'obiettivo è dialogare con le istituzioni per regolamentare il settore, ma c'è molto da lavorare. “Abbiamo posato la prima antenna lo scorso ottobre nel quartiere Ortica a Milano, ma senza alcuna collaborazione del Comune”

Nell’Italia in emergenza wifi, dove la rete libera e la e-transparency sono ancora un miraggio, i festeggiamenti dei 150 anni di Unità sono l’occasione per tentare di ridurre il digital divide. A Milano esiste un gruppo composto da 70 appassionati di nuove tecnologie, alla ricerca di connessioni sostenibili e alle prese con l’organizzazione del plotone italiano a sostegno della causa internet “senza fili”. Sono i Green Geek, associazione senza scopo di lucro composta da chi, attraverso la condivisione di competenze e professionalità della banca del tempo, si impegna perché Internet sia riconosciuto come diritto. Realizzano progetti partecipativi di carattere sociale, da Insieme per l’Abruzzo, sito di informazione libera, fino alla punta di diamante di Gwifi, per la condivisione della banda attraverso la propria scheda wireless e advertising geolocalizzato per i negozianti che lo promuovono. Tutto rigorosamente no profit.

In linea con la filosofia della Rete libera, insieme alla rivista Wired e al supporto tecnico di Unidata, i Green Geek hanno lanciato l’iniziativa che per celebrare i 150 anni dell’Unità portando la connessione in altrettante piazze per tutto il 2011. E’ il primo step per dare il via ad Asso wifi, un’associazione che riunirà operatori di free wireless ed enti territoriali e sarà l’interlocutore con le istituzioni per regolamentare il settore. “Abbiamo posato la prima antenna lo scorso ottobre nel quartiere Ortica a Milano, ma senza alcuna collaborazione del Comune”, spiega Mauro Lattuada, coordinatore dei Green Geek.

“Dopo un viaggio negli Stati Uniti siamo andati a conoscere i casi virtuosi di Venezia e Roma. Abbiamo scelto di installare nel quartiere un’antenna con basse emissioni”. Nella diffusione di Internet libero dunque, l’amministrazione meneghina, come in molte altre città italiane, è insensibile. Non serve che “Sveglia Italia”, un’applicazione per iPhone creata dai geek verdi per identificare gli hot spot free e a pagamento, sia stata scaricata oltre 100mila volte. “Banda larga, mente stretta”, puntualizza Lattuada che evidenzia l’avversione della classe dirigente per l’innovazione. “Se chi decide è Luigi Rossi Bernardi, assessore alla Ricerca della giunta Moratti di dieci anni più vecchio dei Rolling Stones, il Paese non ce la farà. Siamo agli albori di un mercato nuovo, in cui, come sul Frecciarossa, la connessione verrà fatta pagare cara. Le amministrazioni non si rendono conto che offrendo servizi wifi possono ripagare il costo della Rete, velocizzare la burocrazia e prevenire i reati. Infatti con la trasparenza garantita da Internet, la consegna di bustarelle per accelerare alcune richieste a scapito di altre sarebbe tanto evidente quanto impossibile”.

Per questo Lattuada anticipa la prossima nascita di Asso wifi che nel suo manifesto propone un pc per ogni studente e una pubblica amministrazione completamente digitalizzata entro il 2020, oltre alla rottamazione dei cavi in rame e il wifi come infrastruttura prioritaria per il paese. Obiettivi ambiziosi che tuttavia stridono con gli annunci di Palazzo Chigi: il ministro delle Comunicazioni Paolo Romani ha ridotto da 1,471 miliardi di euro a 100 milioni l’investimento per abbattere il digital divide. In più l’abrogazione del decreto Pisanu non rende affatto “libera” la Rete e l’agenda digitale del governo, come ha spiegato Guido Scorza, è di fatto un diktat unilaterale.

“L’agenda digitale è un’operazione finta, intende solo simulare un coinvolgimento. Nasce da un lavoro a porte chiuse e non da un confronto politico. Asso comprenderà gli operatori del free wifi, non quelli che vendono connettività, per normare il mercato. E anche gli Isp dovrebbero essere interessati visto che, se un cittadino utilizza i servizi della pubblica amministrazione via wireless, significa che è alfabetizzato e che a casa non potrà fare a meno di una connessione a pagamento. Le amministrazioni, allo stesso tempo, ripagano i costi di connessione se trasferiscono online tutti i micropagamenti. E’ un business model che funziona. Forse quel miliardo che aveva annunciato Romani è stato investito nella difesa del Bunga bunga e nel paese che punta a limitare le intercettazioni la e-transparency è aggredita dal potere di fuoco della politica. Chi ha paura deve nascondere”. Eppure l’abrogazione del decreto Pisanu consente da quest’anno di liberalizzare l’accesso agli hot spot. “Non è così”, conclude Lattuada. “La Pisanu non è cambiata e come sempre pretende la verifica puntuale di chi accede alla Rete. Oggi, tuttavia, questo può avvenire con altri metodi rispetto alla carta di identità, dal numero di cellulare alla carta di credito. Si tratta di un restyling estetico, ma noi continueremo nella battaglia di diffusione del wifi libero, come abbiamo fatto ad Ortica”.

Difendiamo il sapere libero

Dieci anni di Wikipedia
viaggio nel sapere democratico

Tre milioni e mezzo di articoli, 78 milioni di visitatori al mese, edizioni in venticinque lingue. Tour nel quartier generale dell'enciclopedia virtuale

dal nostro inviato FEDERICO RAMPINI SAN FRANCISCO - Sembra quasi un sogno. Salire al terzo piano di questo palazzo al 149 della New Montgomery Street e bussare a una porta con l´insegna Wikimedia. Scoprire così che esiste incredibilmente una sede "fisica", vetro e cemento, per la più vasta enciclopedia virtuale, la raccolta online dello scibile umano che ebbe inizio esattamente dieci anni fa. «No, non è qui che la scriviamo - sorride il direttore della comunicazione Jay Walsh mentre mi fa strada negli uffici della Fondazione - quello lo fanno ad ogni istante centomila collaboratori, volontari e gratuiti, sparsi per il mondo». Ma questa sede ha una funzione che è scritta nella geografia. «Qui nel cuore di San Francisco - dice Walsh - siamo circondati da quella cultura alternativa che ha costruito una versione libertaria, non mercantile, di Internet. A pochi passi da qui c´è Creative Commons, l´artefice di licenze aperte, contenuti liberi, soluzioni che consentono di sfuggire alla coercizione del copyright privato. A fianco abbiamo la Electronic Frontier Foundation che combatte per la libertà d´accesso a Internet. C´è la Mozilla Foundation e altri pionieri del software aperto. A venti minuti di metropolitana c´è l´università di Berkeley: ci alimentiamo respirando valori di libertà e cooperazione». Certo, a pochi chilometri di distanza ci sono anche i colossi della Silicon Valley - Google, Facebook, Yahoo - che hanno imboccato la strada opposta: il matrimonio tra Internet e il profitto, la nuova faccia del turbocapitalismo.

Quei giganti nei loro campus hanno migliaia di dipendenti, contro le poche decine che lavorano in questo ufficio di Wikimedia nel centro di San Francisco. "Eppure con 380 milioni di lettori ci avviciniamo ai numeri di Facebook", gongola il fondatore di Wikipedia Jimmy Wales. È il coronamento di un'avventura straordinaria e improbabile, iniziata nel Wikipedia Day: il 15 gennaio 2001, data di nascita dell'enciclopedia universale "fatta da tutti, aggiornata in tempo reale, gratuita". Con 25 edizioni in lingue diverse, tre milioni e mezzo di articoli (e aumentano mentre sto scrivendo). Un'opera titanica che è ormai il testo di riferimento a cui attingono gli studenti per le tesi di laurea, i giornalisti, i politici, gli scrittori, chiunque debba verificare una data, una vicenda storica, una biografia, una scoperta scientifica. In questi dieci anni Wikipedia ha soppiantato, contro ogni previsione, l'Enciclopedia Britannica e altre antenate ben più blasonate. Al ritmo di 78 milioni di visitatori ogni mese, non teme confronti: è il quinto sito più usato nel mondo. Sembra inverosimile che il suo artefice Wales si dichiari tuttora un "libertario" nel senso di Ayn Rand: la filosofa-scrittrice che ispirò la rivoluzione neoliberista di Ronald Reagan. Quell'idea estrema di libertà, Wales l'ha piegata in una direzione ben diversa. Nessuno dei centomila autori che producono Wikipedia ci guadagna qualcosa. È volontariato allo stato puro, entusiasta e disinteressato. Su uno scaffale all'ingresso del suo ufficio Walsh mi fa vedere il celebre "manuale mancante", The Missing Manual. Con quel titolo da Codice da Vinci, in realtà è un bel tomo di carta pesante. Contiene tutte le spiegazioni utili a diventare degli "autori Wikipedia". Cominciando dalle cinque tavole della legge, i Pilastri.

Tra questi spicca il valore della neutralità, "che non vuol dire la pretesa della verità assoluta", ma la ricerca di un equilibrio tra diversi punti di vista. C'è l'esclusione di ogni forma proprietaria: ognuno può copiare liberamente l'enciclopedia che è un bene comune e non appartiene a chi la scrive. "Chiunque può creare contenuti", e anche editarli, correggerli, aggiornarli. Purché i contributi si appoggino a fonti verificabili: nessun materiale inedito, per evitare controversie. Ci sono eccezioni alla libertà di scrittura, regolate da circa 1.800 "amministratori" (sempre volontari e non retribuiti): loro possono intervenire per impedire che nell'enciclopedia s'infiltrino vandali, agenti di propaganda politica, censori di regimi autoritari. Alla superiorità morale che i suoi fan attribuiscono a Wikipedia, nel confronto con i capitalisti di Internet, ha contribuito il rifiuto categorico di piegarsi ai diktat della Repubblica Popolare cinese, a costo di subire continui blackout. Altri invece in nome del profitto hanno scelto la via del collaborazionismo; sono rimasti comunque scottati: vedi Google, umiliato dalla censura e dallo spionaggio, infine costretto a ritirarsi dal mercato cinese.

Un Pilastro sacro di Wikipedia si chiama "civiltà", nel senso di un atteggiamento civile, educato e rispettoso verso le opinioni altrui. Sembra la descrizione di un Giardino dell'Eden, un mondo ideale che precede le guerre di religione, i fanatismi, l'odio degli avversari. Eppure funziona. Un miracolo riconosciuto anche dai suoi detrattori iniziali, anche dagli accademici più scettici, è che in questo decennio Wikipedia ha registrato un costante miglioramento di qualità. Gli errori, involontari o maliziosi, sono costantemente corretti dall'esercito di collaboratori che fungono da "polizia anti-falsità". È un mondo rovesciato, l'altra parte dello specchio di Alice nel Paese delle Meraviglie. È l'opposto di quella giungla di blog dove spesso imperversa il gossip incontrollato, la faziosità, l'aggressione, la contumelia, e s'impone chi urla più forte. Una prova di civiltà la si osserva perfino nella voce di Wikipedia sulla biografia del suo fondatore: contiene fior di critiche a Wales, compresa la polemica sul suo protagonismo da parte di altri co-fondatori. "Certo, non pretendiamo all'obiettività assoluta - dice Walsh - anche perché i contenuti sono influenzati da un punto di vista, diciamo così, demografico: il collaboratore tipico è un venticinquenne laureato che lavora nella ricerca, spesso nelle università. Questa maggioranza giovanile porta con sé una certa visione del mondo". Ma la formula dell'opera collettiva scritta da un esercito di "dilettanti colti" è stata plebiscitata. Lo dimostra il successo della sottoscrizione lanciata da Wales nel decimo anniversario: 16 milioni raccolti in poche settimane attraverso una miriade di piccole donazioni, un record inaspettato. Non ha nuociuto neppure la confusione che si è creata nel pubblico tra Wikipedia e WikiLeaks.

"Non c'è nessun rapporto tra noi e loro - precisa Walsh - e tra i nostri collaboratori le opinioni divergono, ci sono i fan di WikiLeaks e ci sono i critici, ma l'enciclopedia non ha sofferto per l'improvvisa esplosione di notorietà del fenomeno Julian Assange". Al trionfo di Wikipedia contribuisce l'elemento rapidità. "Mentre stiamo parlando - dice Walsh - tutto ciò che succede nel mondo là fuori viene istantaneamente riportato nelle voci di Wikipedia". Nessuna enciclopedia tradizionale può competere con questi aggiornamenti: "Gli autori professionisti non hanno il tempo e forse neppure l'entusiasmo per riscrivere continuamente, i dilettanti eccellenti sì". Alla lunga l'accademia si è convertita. Dopo anni in cui i docenti universitari hanno considerato Wikipedia una scorciatoia quasi fraudolenta, il trucco più comodo per scopiazzare contenuti senza andare alle fonti, oggi è sbocciato un idillio. Uno dei nuovi progetti della Fondazione Wikimedia vede la collaborazione di Yale e altre prestigiose università americane. "Docenti e studenti lavorano qui con noi - dice Walsh - per migliorare la qualità di tutte le voci enciclopediche che hanno a che fare con le politiche governative: dalla sanità al fisco, dall'ambiente all'energia". Questo progetto-pilota corrisponde all'ottimismo progressista del popolo Wikipedia: dietro c'è l'idea che lavorando sulla qualità della conoscenza, possiamo migliorare la società in cui viviamo. "Immaginate - recita lo slogan affisso all'ingresso dell'ufficio di San Francisco - un mondo in cui ogni essere umano può condividere liberamente e gratuitamente la somma di ogni sapere collettivo". I confini di quel mondo vanno allargati, mi spiegano qui nel micro-quartier generale di San Francisco. "L'altro progetto-pilota a cui lavoriamo è l'India: facilitare l'accesso a Wikipedia nella più grande democrazia, con un miliardo di utenti potenziali". All'obiezione che là fuori nel mondo sembra prevalere l'uso commerciale di Internet, Walsh mi risponde sereno: "Non siamo per un modello unico. C'è posto anche per chi vuole fare soldi. Nella polis moderna, noi svolgiamo il ruolo di un parco pubblico: aperto a tutti, senza biglietto d'ingresso".

(11 gennaio 2011)

Wikipedia contro il ddl anti-blog

Wikipedia contro il ddl anti-blog

Utenti e amministratori dell'enciclopedia online annunciano scioperi e proteste contro il disegno di legge Alfano sulle intercettazioni di LUCA SPINELLI

ROMA - Sciopero generale degli utenti di Wikipedia. Blocco delle modifiche o cancellazione per tutte le pagine riguardanti persone in vita o decedute nel 1900. Chiusura provvisoria del sito in segno di protesta. Le proposte che in questi giorni si rincorrono tra utenti e amministratori della maggiore enciclopedia del mondo sono le più diverse. Alcune particolarmente drastiche. In un clima a metà tra contestazione, attesa e rassegnazione.

A scatenare la paura è ancora una volta il "comma 29" 1 del DdL Alfano sulle intercettazioni, da tempo al centro di discussioni e critiche in tutta Italia. Il comma, tra le altre cose, prevede l'obbligo di pubblicare una rettifica "senza commento" per qualsiasi notizia su di sé che si consideri lesiva. E prevede potenziali sanzioni per migliaia di euro. Il diritto di rettifica spetterebbe a chiunque si sentisse leso per qualcosa. Secondo il testo della norma, tutti i "siti informatici" dovrebbero pubblicare le rettifiche "entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia".

Se dei problemi che il comma causerebbe ai blog già si discute da tempo 2, con relative proposte di emendamenti, in pochi hanno ancora
analizzato gli effetti che potrebbe avere sul mondo wikipediano. L'enciclopedia online, infatti, si basa su un sistema di autoregolamentazione pressoché totale. Chiunque - tecnicamente - può scrivere ciò che vuole 3, ma allo stesso tempo chiunque può annullare o correggere le modifiche. Gli amministratori stessi sono utenti qualsiasi, dotati soltanto di qualche funzione tecnica attribuitagli sulla fiducia dagli altri lettori. Addirittura il sistema interno di linee guida ha alla base questo metodo 4: in un gioco di bilanciamento che, inaspettatamente, funziona in tutto il mondo. Facendo di Wikipedia uno dei siti più utilizzati del pianeta e una fonte insostituibile 5 di informazioni, nel bene e nel male.

Una legge che prevede una rettifica con le modalità suddette e senza distinguere tra testata giornalistica, sito culturale, aziendale e personale, è perciò sostanzialmente inapplicabile al sistema aperto di Wikipedia. Da qui nascono le paure e l'appello 6 dei wikipediani. Chi tutelerebbe gli utenti contro l'intimidazione di qualcuno a cui non piace un contenuto? Chi sarebbero i responsabili che dovrebbero rispondere alle rettifiche entro 48 ore, visto che gli utenti sono anonimi e volontari? Come pubblicare concretamente queste rettifiche? E chi dovrebbe pagare le eventuali sanzioni? Gli utenti, gli amministratori (anch'essi utenti volontari come gli altri), o la Wikimedia Foundation (madre di tutti i progetti e proprietaria dei server, con sede in California)?

Domande per le quali attualmente non c'è alcuna risposta certa: poiché una giurisprudenza consolidata in merito non esiste. Se l'obbligo di rettifica spetterebbe con ogni probabilità alla Wikimedia Foundation, il vero timore degli utenti è quello di trovarsi immischiati in procedimenti legali ai quali si è del tutto estranei, come già accaduto in passato. Senza contare lo stravolgimento che subirebbero le pagine di Wikipedia: colme di improbabili rettifiche datate e immodificabili, in un sistema che proprio grazie alla modifica costante ha costruito il proprio successo. La Wikimedia Foundation stessa, subissata di richieste di rettifica (e relativi risarcimenti per richieste non evase entro le 48 ore), potrebbe prendere severi provvedimenti restrittivi riguardo la Wikipedia in italiano.

L'enciclopedia, quarta al mondo per dimensioni e vincitrice del Premiolino 2009, si troverebbe insomma di fronte a modifiche imposte e a uno scenario di stallo unico al mondo. E i primi ad avere paura, ora, sono gli utenti.

(02 ottobre 2011)

La legge bavaglio

Legge bavaglio: ecco perché bisogna fermarla.

Di Roberto Saviano.

Roberto Saviano al Fes­ti­val dell’Economia

La Legge bavaglio non è una legge che difende la pri­vacy del cit­tadino, al con­trario, è una legge che difende la pri­vacy del potere. Non intesa come pri­vacy degli uomini di potere, ma dei loro affari, anzi malaf­fari. Quando si dis­cute di inter­cettazioni bisogna sem­pre affi­darsi ad una pre­messa nat­u­rale quanto nec­es­saria. La pri­vacy è sacra, è uno dei pilas­tri del diritto e della con­vivenza civile.
Ma qui non siamo di fronte a una legge che difende la ris­er­vatezza delle per­sone, i loro dialoghi, il loro intimo comu­ni­care. Questa legge risponde al mec­ca­n­ismo medi­atico che conosce come fun­ziona l’informazione e soprat­tutto l’informazione in Italia. Pub­bli­care le inter­cettazioni soltanto quando c’è il rin­vio a giudizio gen­era un enorme vuoto che riguarda pro­prio quel seg­mento di infor­mazioni che non può essere reso di dominio pub­blico. Questo sem­bra essere il vero obi­et­tivo: impedire alla stampa, nell’immediato, di usare quei dati che poi, a dis­tanza di tempo, non avrebbe più senso pub­bli­care. In questo modo le infor­mazioni veico­late rimar­ranno sem­pre monche, smozzi­cate, incom­pren­si­bili. L’obiettivo è impedire il rac­conto di ciò che accade, mascherando questo con l’interesse di tute­lare la pri­vacy dei cittadini.

Chi­unque ha una espe­rienza anche min­ima nei mec­ca­n­ismi di inter­cettazione nel mondo della crim­i­nal­ità orga­niz­zata sa che ven­gono reg­is­trati centi­naia di det­tagli, sto­rie di tradi­menti, inutili al fine dell’inchiesta e nulle per la pub­bli­cazione. Il ter­rore che ha il potere politico e impren­di­to­ri­ale è quello di vedere pub­bli­cati invece ele­menti che in poche bat­tute per­me­t­tono di dimostrare come si costru­isce il mec­ca­n­ismo del potere. Non solo come si con­figura un reato. Per esem­pio l’inchiesta del dicem­bre 2007 che portò alla famosa inter­cettazione di Berlus­coni con Saccà ha visto una quan­tità infinita di inter­cettazioni di det­tagli pri­vati, di cui in molti erano a conoscenza ma nes­suna di queste è stata pub­bli­cata oltre quelle nec­es­sarie per definire il con­testo di uno scam­bio di favori tra polit­ica e Rai.

La stessa mag­gio­ranza che approva un decreto che tronca la lib­ertà di infor­mazione in nome della difesa della pri­vacy decide attra­verso la Vig­i­lanza Rai di pub­bli­care nei titoli di coda il com­penso degli ospiti e dei con­dut­tori. Sem­bra un gesto cristallino. E’ il con­trario. E non solo per­ché in una econo­mia di mer­cato il com­penso è deter­mi­nato dal mer­cato e non da un cal­colo etico. In questo modo i con­cor­renti della Rai sapranno quanto la Rai paga, quindi il mec­ca­n­ismo avvan­tag­gerà le tv non di Stato. Medi­aset potrà conoscere i com­pensi e rego­larsi di con­seguenza. Ma la stra­or­di­naria notizia che viene a con­tro­bi­lan­ciare quella assai trag­ica dell’approvazione della legge sulle inter­cettazioni è che il let­tore, lo spet­ta­tore, quando com­prende cosa sta acca­dendo diviene cit­tadino, ossia pre­tende di essere infor­mato. Migli­aia di per­sone sono indig­nate e impeg­nate a mostrare il loro dis­senso, la volontà e la sper­anza di poter impedire che questa legge mutili per sem­pre il rap­porto che c’è tra i gior­nali e i suoi let­tori: la voglia di capire, conoscere, farsi un’opinione. Non vogliamo essere pri­vati di ciò. Man­dare mes­saggi ai gior­nali, mostrarsi imbavagliati, non sono gesti facili, scon­tati. Non sono gesti che per­me­t­tono di sen­tirsi impeg­nati. Sono la pre­messa dell’impegno. L’intento d’azione è spesso l’azione stessa. Il dichiararsi non solo con­trari in nome della pos­si­bil­ità di crit­ica ma pre­oc­cu­pati che quello che sta acca­dendo dis­trugga uno stru­mento fon­da­men­tale per conoscere i fatti. La legge che imbavaglia, viene con­trastata da migli­aia di voci. Voci che dimostrano che non tutto è con­cluso, non tutto è deter­minabile dal palinsesto che viene dato agli ital­iani quo­tid­i­ana­mente. Ogni per­sona che in questo momento prende parte a questa battaglia civile, sta per­me­t­tendo di sal­vare il rac­conto del paese, di dare pos­si­bil­ità al gior­nal­ismo — e non agli sci­a­calli del ricatto — di resistere. In una parola sta difend­endo la democrazia.

©2010 Roberto Saviano/ Agen­zia Santachiara


In questo articolo Roberto Saviano denunciava la pericolosità della cosiddetta "legge bavaglio" per la libertà del cittadino, ma molte delle parole che vi compaiono valgono la pena di essere ricordate, poichè ancora una volta si cerca di fornire un'arma ai nemici della libertà d'informazione. Stavolta sono i blogger ad essere presi di mira: essi dovranno provvedere, entro 48 ore dall'eventuale richiesta da parte degli interessati – fondata o infondata che sia – a rettificare ogni genere di informazione pubblicata a pena, in caso di mancata tempestiva rettifica, di incorrere in una sanzione fino a dodici mila euro. Quello che secondo il mio parere è contestabile, non è certo l'assumersi le proprie responsabilità per la pubblicazione di contenuti suscettibili di ledere gli altrui diritti, ma piuttosto il costringere un blogger a rettificare "per paura" di vedersi altrimenti irrogare una sanzione da dodici mila euro e non già perché certo di dover rettificare per aver violato un altrui diritto. Non si può pretendere da un blogger la stessa reattività che la legge pretende da un giornale o da una televisione e minacciarlo con una sanzione che mentre per un giornale rappresenta una delle tante componenti del rischio di impresa, costituisce per lui una condanna irrevocabile alla chiusura. Ancora una volta si sta cercando di mettere a tacere le poche voci fuori dal coro, quelle non raggiungibili, neppure nel nostro Paese, attraverso una telefonata all'editore e/o al principale investitore pubblicitario. In sostanza ancora una volta si sta cercando di effettuare una manipolazione dell'informazione: una cerchia ristretta di persone deciderà quali sono le informazioni di cui noi cittadini possiamo venire a conoscenza, cosa è meglio o non è meglio che noi sappiamo. Queste persone, per difendere l'interesse di pochi o addirittura di uno solo, si sono dimenticate uno dei diritti fondamentali dell'uomo, la libertà, e decidere al posto nostro cosa possiamo o non possiamo sapere vuol dire negare proprio questo diritto. Infatti l'informazione non rimane mai fine a se stessa ma porta sempre a una riflessione, a un pensiero, quindi manipolare l'informazione significa di conseguenza manipolare il pensiero. Questo non può accadere in una democrazia, perchè verrebbe meno il principio fondamentale su cui essa si basa.

lunedì 20 settembre 2010

Assignment 4, coda: social networking

Per questo assignment ho scelto in modo casuale due social network dalla lista e ho iniziato a esplorarli. Prima sono entrata su Ibibo, un social network indiano, che offre una grande varietà di applicazioni. La prima cosa che ho notato è quella di potervi accedere con l'account di Facebook, il che fa notare quanto esso sia ormai diventato il social network più universalmente diffuso. Oltre a poter scaricare musica, foto ecc., ho notato che soprattutto vi si possono trovare giochi di ogni tipo, da quelli di ruolo ai cosiddetti "talent games", come ad esempio iFresh, dove si può mostrare le proprie foto e il proprio profilo e magari aquistare un pò di popolarità. Il secondo che ho visitato è stato MyLife, un social network fondato nel 2002 da Jeffrey Tinsley, dopo che ebbe incontrato quella che sarebbe stata sua molgie a un ritrovo delle superiori. Come c'è scritto nell'homepage del sito, MyLife serve a trovare persone, come amici o compagni di scuola, che magari non rivediamo da molto tempo e non sappiamo più come rintracciare. Oltre che creare un account, puoi direttamente cercare chi ti interessa inserendo nome, cognome ed età, per vedere se è iscritto al social network. Per avere altre informazioni devi crearti un account e a quel punto puoi sapere tutto, anche indirizzo e numero di telefono! Può essere uno strumento utile, ma non so poi fino a che punto sia rispettata la privacy di una persona.

sabato 18 settembre 2010

PubMed: comunicazione non verbale

La comunicazione non verbale è quella parte della comunicazione che comprende tutti quegli aspetti di uno scambio comunicativo non concernenti il livello puramente semantico del messaggio, ossia il significato letterale delle parole che compongono il messaggio stesso. Uno studio condotto nel 1972 da Albert Mehrabian ("Non-verbal communication") ha mostrato che ciò che viene percepito in un messaggio vocale può essere suddiviso in: movimenti del corpo (soprattutto espressioni facciali) 55%; aspetto vocale (volume, tono, ritmo) 38%; aspetto verbale (parole) 7%. L'efficacia di un messagio dipende quindi solamente in minima parte dal significato letterale di ciò che viene detto e il modo in cui questo messaggio viene percepito è influenzato pesantemente da fattori di comuniazione non-verbale. Il saper interpretare anche quei messaggi che non sono espressi esplicitamente con le parole è importante in molti aspetti della professione medica e nel rapporto con pazienti affetti da alcune patologie in particolare. Ho trovato alcuni esempi su PubMed:
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/portal/utils/pageresolver.fcgi?recordid=1284800049824218
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/portal/utils/pageresolver.fcgi?recordid=1284800611585835
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/portal/utils/pageresolver.fcgi?recordid=1284800792865796