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lunedì 3 ottobre 2011

La legge bavaglio

Legge bavaglio: ecco perché bisogna fermarla.

Di Roberto Saviano.

Roberto Saviano al Fes­ti­val dell’Economia

La Legge bavaglio non è una legge che difende la pri­vacy del cit­tadino, al con­trario, è una legge che difende la pri­vacy del potere. Non intesa come pri­vacy degli uomini di potere, ma dei loro affari, anzi malaf­fari. Quando si dis­cute di inter­cettazioni bisogna sem­pre affi­darsi ad una pre­messa nat­u­rale quanto nec­es­saria. La pri­vacy è sacra, è uno dei pilas­tri del diritto e della con­vivenza civile.
Ma qui non siamo di fronte a una legge che difende la ris­er­vatezza delle per­sone, i loro dialoghi, il loro intimo comu­ni­care. Questa legge risponde al mec­ca­n­ismo medi­atico che conosce come fun­ziona l’informazione e soprat­tutto l’informazione in Italia. Pub­bli­care le inter­cettazioni soltanto quando c’è il rin­vio a giudizio gen­era un enorme vuoto che riguarda pro­prio quel seg­mento di infor­mazioni che non può essere reso di dominio pub­blico. Questo sem­bra essere il vero obi­et­tivo: impedire alla stampa, nell’immediato, di usare quei dati che poi, a dis­tanza di tempo, non avrebbe più senso pub­bli­care. In questo modo le infor­mazioni veico­late rimar­ranno sem­pre monche, smozzi­cate, incom­pren­si­bili. L’obiettivo è impedire il rac­conto di ciò che accade, mascherando questo con l’interesse di tute­lare la pri­vacy dei cittadini.

Chi­unque ha una espe­rienza anche min­ima nei mec­ca­n­ismi di inter­cettazione nel mondo della crim­i­nal­ità orga­niz­zata sa che ven­gono reg­is­trati centi­naia di det­tagli, sto­rie di tradi­menti, inutili al fine dell’inchiesta e nulle per la pub­bli­cazione. Il ter­rore che ha il potere politico e impren­di­to­ri­ale è quello di vedere pub­bli­cati invece ele­menti che in poche bat­tute per­me­t­tono di dimostrare come si costru­isce il mec­ca­n­ismo del potere. Non solo come si con­figura un reato. Per esem­pio l’inchiesta del dicem­bre 2007 che portò alla famosa inter­cettazione di Berlus­coni con Saccà ha visto una quan­tità infinita di inter­cettazioni di det­tagli pri­vati, di cui in molti erano a conoscenza ma nes­suna di queste è stata pub­bli­cata oltre quelle nec­es­sarie per definire il con­testo di uno scam­bio di favori tra polit­ica e Rai.

La stessa mag­gio­ranza che approva un decreto che tronca la lib­ertà di infor­mazione in nome della difesa della pri­vacy decide attra­verso la Vig­i­lanza Rai di pub­bli­care nei titoli di coda il com­penso degli ospiti e dei con­dut­tori. Sem­bra un gesto cristallino. E’ il con­trario. E non solo per­ché in una econo­mia di mer­cato il com­penso è deter­mi­nato dal mer­cato e non da un cal­colo etico. In questo modo i con­cor­renti della Rai sapranno quanto la Rai paga, quindi il mec­ca­n­ismo avvan­tag­gerà le tv non di Stato. Medi­aset potrà conoscere i com­pensi e rego­larsi di con­seguenza. Ma la stra­or­di­naria notizia che viene a con­tro­bi­lan­ciare quella assai trag­ica dell’approvazione della legge sulle inter­cettazioni è che il let­tore, lo spet­ta­tore, quando com­prende cosa sta acca­dendo diviene cit­tadino, ossia pre­tende di essere infor­mato. Migli­aia di per­sone sono indig­nate e impeg­nate a mostrare il loro dis­senso, la volontà e la sper­anza di poter impedire che questa legge mutili per sem­pre il rap­porto che c’è tra i gior­nali e i suoi let­tori: la voglia di capire, conoscere, farsi un’opinione. Non vogliamo essere pri­vati di ciò. Man­dare mes­saggi ai gior­nali, mostrarsi imbavagliati, non sono gesti facili, scon­tati. Non sono gesti che per­me­t­tono di sen­tirsi impeg­nati. Sono la pre­messa dell’impegno. L’intento d’azione è spesso l’azione stessa. Il dichiararsi non solo con­trari in nome della pos­si­bil­ità di crit­ica ma pre­oc­cu­pati che quello che sta acca­dendo dis­trugga uno stru­mento fon­da­men­tale per conoscere i fatti. La legge che imbavaglia, viene con­trastata da migli­aia di voci. Voci che dimostrano che non tutto è con­cluso, non tutto è deter­minabile dal palinsesto che viene dato agli ital­iani quo­tid­i­ana­mente. Ogni per­sona che in questo momento prende parte a questa battaglia civile, sta per­me­t­tendo di sal­vare il rac­conto del paese, di dare pos­si­bil­ità al gior­nal­ismo — e non agli sci­a­calli del ricatto — di resistere. In una parola sta difend­endo la democrazia.

©2010 Roberto Saviano/ Agen­zia Santachiara


In questo articolo Roberto Saviano denunciava la pericolosità della cosiddetta "legge bavaglio" per la libertà del cittadino, ma molte delle parole che vi compaiono valgono la pena di essere ricordate, poichè ancora una volta si cerca di fornire un'arma ai nemici della libertà d'informazione. Stavolta sono i blogger ad essere presi di mira: essi dovranno provvedere, entro 48 ore dall'eventuale richiesta da parte degli interessati – fondata o infondata che sia – a rettificare ogni genere di informazione pubblicata a pena, in caso di mancata tempestiva rettifica, di incorrere in una sanzione fino a dodici mila euro. Quello che secondo il mio parere è contestabile, non è certo l'assumersi le proprie responsabilità per la pubblicazione di contenuti suscettibili di ledere gli altrui diritti, ma piuttosto il costringere un blogger a rettificare "per paura" di vedersi altrimenti irrogare una sanzione da dodici mila euro e non già perché certo di dover rettificare per aver violato un altrui diritto. Non si può pretendere da un blogger la stessa reattività che la legge pretende da un giornale o da una televisione e minacciarlo con una sanzione che mentre per un giornale rappresenta una delle tante componenti del rischio di impresa, costituisce per lui una condanna irrevocabile alla chiusura. Ancora una volta si sta cercando di mettere a tacere le poche voci fuori dal coro, quelle non raggiungibili, neppure nel nostro Paese, attraverso una telefonata all'editore e/o al principale investitore pubblicitario. In sostanza ancora una volta si sta cercando di effettuare una manipolazione dell'informazione: una cerchia ristretta di persone deciderà quali sono le informazioni di cui noi cittadini possiamo venire a conoscenza, cosa è meglio o non è meglio che noi sappiamo. Queste persone, per difendere l'interesse di pochi o addirittura di uno solo, si sono dimenticate uno dei diritti fondamentali dell'uomo, la libertà, e decidere al posto nostro cosa possiamo o non possiamo sapere vuol dire negare proprio questo diritto. Infatti l'informazione non rimane mai fine a se stessa ma porta sempre a una riflessione, a un pensiero, quindi manipolare l'informazione significa di conseguenza manipolare il pensiero. Questo non può accadere in una democrazia, perchè verrebbe meno il principio fondamentale su cui essa si basa.

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